14ª e 15ª tappa, Oruro-Patacamaya 128 km / Patacamaya-La Paz 95 km, IN SOLITARIA!

Un giorno di riposo, visto la stanchezza ce l’eravamo meritato e ce lo siamo goduto..anche se..quel mio “non star bene” non si è placato anzi oserei dire che è peggiorato.

Ed è qui che si vedono i veri coraggiosi, gli inarrestabili, i forti.

È qui che un dotato di anticorpi occidentali si ferma mentre il dotato di anticorpi africani va avanti.

Normo-anticorpo ha avuto la peggio sull’afro-anticorpo.

Appena lasciato l’Hotel, dopo una nottata insonne, ho capito che non ce l’avrei fatta ma con la solita testardaggine ho avuto il coraggio incosciente di salire in sella ed uscire trionfante dalla città, sono bastati pochi km per specchiare la mia espressione sulla faccia di Filippo ed ammettere a me stessa che non ce l’avrei potuta fare. Probabilmente avevo gia qualche linea di febbre, dopo mezz’ora di tempo siamo riusciti a fermare un camioncino sulla strada principale. Ne è sceso un simpatico sdentato che ha deciso di aiutarmi e per mia fortuna andava proprio nella nostra direzione: Patacamaya.

Purtroppo aveva già 4 persone in cabina perciò mi ha mostrato la unica opzione: la parte esterna.

Sono salita su con la mia bicicletta. Filippo, imperterrito e forte, ha continuato in bicicletta.

A questo punto la descrizione della tappa si divide.

Dal mio punto di vista è stato un incubo. Sentivo la febbre salire e la temperatura fuori scendere, la pioggia incessante. Il furgone era fatto di assi di legno con vari buchi sotto,sopra ed in ogni dove, coperto da un telo di plastica tenuto con corde.

Mi sono rannicchiata sopra un telo che mi copriva dall’acqua che arrivava dal basso ed ho ceduto ad una coperta di lana che si trovava in fondo in un angolo, dove anche lo sdentato mi aveva suggerito di mettermi.

Che dire. Ricordo poco in effetti, ho fatto il viaggio in dormiveglia, con la sensazione di non volermi alzare per nessun motivo e allo stesso tempo sognando il morbido, caldo divano di casa e pianificando eventuali atti di difesa in caso di rapimento. Ho figurato ogni tipo di situazione che veniva amplificata da ogni rallentamento o fuoriuscita dalla carreggiata principale del veicolo.

Credo di aver visto troppi film sui rapimenti.

Mi sono sognata in versione tartaruga ninja ed ho pianificato nel dettaglio ogni eventuale mossa..ma all’atto pratico le uniche mosse che son riuscita a fare in 4 ore (da notare 4 ore per fare 128 km in auto) sono state quella di:

⁃ coprirsi con la coperta, apparentemente non marcia, con raffigurata sopra una tigre, che fomentava nella mia mente la mia eventuale difesa personale

⁃ offrire Fanta e dolcetti allo sdentato e figli quando mi hanno aiutato a scendere arrivati a destinazione

Sembravo uno zombie e chi mi ha visto scendere bianca, ciondolante con un carico di borse spropositato, col fiato corto e la lentezza di un bradipo secondo me s’è fatto due risate. Raggiunto l’ostello, l’unico a Patacamaya, sono sfinita sul letto ed ho atteso l’arrivo dell’instancabile africano. La febbre è salita e all’arrivo di Filippo abbiamo deciso che uno scomodo e antipatico antibiotico, visto anche uno svenimentino che ha rallegrato la situazione, sarebbe stata l’unica soluzione.

La disfatta. Antibiotico vuol dire stop, vuol dire: ferma.

Con amarezza mi sono dovuta arrendere.

L’africano? Ha lottato e dopo il formaggino Belpaese ha ripreso la sua strada con la solita grinta e, visto il meteo ne ha avuto molto molto bisogno.

Dal momento in cui mi ha lasciato nelle mani dello sdentato (messaggio per babbo e mamma: tranquilli era un bravo sdentato 😂 Filippo mi ha lasciato in buone mani, lo ha selezionato con cura) ha affrontato pioggia, salita e vento contrario per 128 km, la strada non accenna più a quella breve sensazione di piana che avevamo intravisto in alcune parti delle ultime tappe.

Vorrei tanto che scrivesse lui quello che è stato per lui la tappa, ma in questo momento è qui, davanti a me, da poco arrivato dopo la tappa di oggi di altri 95 km e l’unica cosa che davvero vuole è cibo.

Si perché io ho saltato due tappe, 128 km quella in cui son salita a bordo del furgone e quella di 95 km in cui ho preso un furgoncino/taxi per arrivate a La Paz mentre Filippo imperterrito pedalava.

Oggi nella tappa che lo ha portato a La Paz ha affrontato 600 metri di dislivello, freddo, pioggia e grandine! Potevamo farcela mancare?

Ok, agli occhi di chi ci crede matti non sarà facile capire la voglia che viene di montare su quel benedetto sellino.

Io non sono una ciclista è vero, ma in fin dei conti per viaggiare in bici non bisogna essere ciclisti, basta avere quel pizzico di follia e voglia di vedere, vedere e vedere, non so bene come spiegare è come la voglia di conquistare. Ogni arrivo una conquista. Ogni arrivo la soddisfazione di aver già visto quello che c’era da vedere in giornata. Ogni arrivo la curiosità di entrare in una città diversa e percepire cosa avrà o non avrà da offrire.

Questo per dire che Filippo non è solo un matto, esagerato e senza un limite.

Lui ha fatto le sue tappe, se le è godute e quando è entrato a La Paz sicuramente, ha provato quelle sensazioni che cerco di descrivere in ogni tappa e che io stamani, dal mio furgoncino che mi ha accompagnato fin dentro la città, non ho vissuto e non posso descrivere con la stessa enfasi.

Non ho avuto la stessa enfasi forse anche perchè mi trovavo in un furgoncino con altre 8 persone salite in vari punti, per lo più ingonnellate e contadini che son saltati su fermando il furgoncino/taxi in mezzo al niente. Credo sia stato l’odore che si respirava in quel furgoncino a non farmi sentire l’enfasi 😂

Comunque siamo arrivati, in momenti diversi e condizioni fisiche diverse, entrambe con una estrema, estremissima voglia di città!!

Voglia di traffico, di ristoranti, di un buon posto dove dormire e di tanta gente per le strade.

La Paz è impressionante, si trova in parte in una zona a quota 4.095 ed è lì che arriva la strada principale, poi quando oltrepassi la prima fila di costruzioni..un salto nel vuoto!!

La città scivola sul fianco scosceso del monte su cui ci troviamo in cima e per raggiungere il centro dobbiamo scendere per strade che cadono a picco nella vallata. Strade sconnesse con pendenze che probabilmente superano il 20%.

Io con la bici super carica e mal messa le ho dovute fare quasi tutte a piedi perché la loro pericolosità in bici è estrema, motivo per cui nessuno usa la bicicletta.

Filippo, arrivato sotto la grandine, credo sia sceso praticamente nuotando nei vari fiumi che si formano quando piove.

Pazzesco. Il panorama che si apre dagli scorci man mano che scendiamo sono allucinanti. Un mare di case infinito, tutte non finite, la maggior parte sono in mattoni perché nessuno ha i soldi per intonacare, una distesa infinita di costruzioni che arrivano talmente lontano nella vallate che il meteo cambia da zona a zona, alcune parti sono illuminate dal sole e così il paesaggio risulta surreale. La città è talmente incuneata che in 2 o 3 km scende di 500 metri di dislivello e poi sul versante opposto risale ricoprendo parte delle montagne di fronte. Incredibile. Per farvi capire è come se si vedesse un tappeto di case che segue l’andamento del suolo e quindi risulta pieno di cunette e dossi di varie grandezze su cui il tappeto si adagia e prende forma. Un manto.

Passeremo qui tre giorni, per recuperare i normo-anticorpi, rinforzare gli afro-anticorpi e visitare questo posto che sembra essere davvero diverso da tutti i posti da noi visitati.

Che dire signori, domani vi sapremo dire di più 😊

Claudia e Filippo

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