Vientiane-Thabok 93 km / Thabok-Paksan 63 km

Partiti con il solito entusiasmo, il giorno del compleanno di Filippo, abbiamo lasciato la capitale all’alba.

La tappa prevedeva tanti km, due strade di cui una sicuramente nuova ma trafficata (una specie di autostrada) e l’altra una incognita.

Chiaramente abbiamo optato per la seconda..scelta fantastica in quanto a panorama..rovinosa in quanto tipo di strada ed effetti collaterali. Sole caldo fin dalle prime ore mattutine, i primi 20 km scorrono alla grande tra una periferia non troppo grande ed una fermata al “Buddha Park” che non é come sembra, ovvero un parco divertimenti come intendiamo noi, è un parco in cui sono state ammassate varie statue, iconografiche, Buddha e personaggi vari. Abbastanza deludente ma per alcuni aspetti affascinante.

Lasciato il parco ci siamo resi conto che avevamo lo stomaco vuoto e troppa strada davanti a noi per permettersi di aspettare ancora. Qualche pedalata ed adocchiamo un garage/ristorante di tutto rispetto. Una pentola fumante, commensali sorridenti e mangianti. Verdure in bella vista. Scontato dire che la nostra colazione non prevedeva cappuccino e brioche, sapevamo bene che ad attenderci ci sarebbe stato Pho Bho che tradotto significa brodo di noodles con inserti a discrezione dello chef. Ci facciamo coraggio e ci sediamo. Il piatto di quelli accanto (che guardiamo sempre vista l’esperienza dei gatti) sembrava molto buono.

A questo punto fermo il racconto perchè è doveroso fare un appunto. Tutti coloro che si sono avventurati in zone del terzo mondo sanno bene che alcune cose non vanno mangiate, la diarrea, il vomito, infezioni, malattie e quant’altro sono sempre alle porte. Cibi sempre cotti. Acqua sempre imbottigliata è così via. Ecco, noi in generale siamo moooolto moooolto attenti, tanto da lavarci i denti con l’acqua imbottigliata, io addirittura entro nelle cucine per far togliere l’aglio passando da rompiscatole con l’intolleranzina ecco…giusto per fare un preambolo così che possiate capire il seguito.

Ci servono una bellissima zuppa, anzi un brodo con noodles foglie verdi pomodori,cotti,noccioline e delle simpatiche e tenere pallotte grigie galleggianti. So bene che il 99% di voi, come me, anche solo in lontananza le avrebbero guardate e abbandonate al lato della ciotola…Filippo rientra in quel 1% che un pò per non curanza, un pò per gioco/curiositá ed un pò per fame non lo ha fatto. Anzi, ha avuto anche il coraggio di guardarmi con quell’aria, dai avete capito, della serie: esagerata!

Le ha mangiate, deglutite bene, fintamente assaporate e direi non digerite.

Dopo pochi metri la strada si è trasformata, asfalto finito per uno sterrato di ben 45 km pesantissimo, tra buche, fango, caldo, sassi, polvere, pozze e sotto 32 gradi è stata obiettivamente dura. L’idea poi di non sapere quando sarebbe tornato l’amico asfalto rendeva tutto ancora più difficile. Però signori, uno spettacolo incredibile tra risaie, cappellini che si alzavano al nostro passaggio per salutarci, colline verdi sullo sfondo, palme altissime e quella terra rossa intensa e prepotente, indimenticabile.

Così come la faccia di Filippo che ha iniziato a prendere colori strani. Memore del suo scherzetto malarico in Africa, riconosco quando il suo: ‘mi sento lo stomaco un pò…’ non è da sottovalutare. Avevo ragione.

Quelle care pallotte non identificate sono tornate alla ribalta..nel vero senso della parola. Ci siamo fermati all’ombra varie volte, provato a farlo riprendere ma senza successo. Fortunatamente a pochi chilometri dall’arrivo abbiamo trovato un posto. Filippo a mala pena parlava e quando voltandomi l’ho visto disteso in terra ho costretto la carovana a fermarsi.

Un posto squallido e malconcio ma dotato di letto. Filippo con un colorito cangiante e dopo aver dato vita ad una scena degna di esorcista sul vialetto del similhotel, adagiato su un letto. Qualche ora alla ricerca di riso in bianco, sali minerali accanto al letto, mal di stomaco lancinante e febbre. Una lunga lunghissima nottata.

Svegliati dal canto del gallo ci siamo detti..che fare!? E anche in questo caso sapete che l’impavido non avrebbe potuto che dire: andiamo. Così é stato.

Mi sono caricata delle borse e per un giorno ho fatto Filippo. Sembravamo due locomotive, 25 km orari, in 3 ore siamo arrivati a destinazione, si è ripreso alla grande. Riso, banana, the. Come nuovo.

Ed é proprio qui che casca l’asino. Penserete: ha imparato la lezione! Mai più azzardi.

E invece nooooooooooo dopo una notte insonne a sentirgli polso, febbre, battito del cuore. Dopo aver lottato senza cena con laotiani duri come le pine verdi. Dopo aver tirato il treno a milioni di chilometri orari per non farlo stancare. Dopo aver cenato con verdure e poca carne ben cotta assicurandomi che avesse tutto il necessario per recuperare…lui..lo vedo..con quell’aria da bravo ragazzo, quel sorriso beffardo, quell’ironia sempre negli occhi sì lui proprio lui che ha dato libertá al proprio stomaco mostrando colori camaleontici..l’ho trovato a snazzicare nel piatto del tavolo vicino. E mi son sentita dare nuovamente dell’esagerata quando con fare ‘cattivo’ ho dato uno schiaffo alla sua mano che stava per ingurgitare un insetto fritto. 😡

Si avete capito, i vicini mangiavano tre tipi di bacherozzi, fritti.

Quella beata innocenza che ha negli occhi. Quella è ciò che lo rende Filippo.

Io sto ancora ridendo ed è così che vi diamo la buona notte. Ridendo.
Claudia e Filippo

 

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