6ª-7ª tappa: Machuca-Chiu Chiu 100 km / Chiu Chiu – Pueblo de San Pedro 50 km, via verso la Bolivia!

A volte mi dimentico di raccontare gli step della preparazione alle nostre giornate. Quelle che, raccontandole, sembrano faticose e noiose, ma che per noi diventano la routine quotidiana e, infondo, proprio perché un pò faticose ci danno più soddisfazione.

Ci rendiamo conto di quanto siamo abituati ad abituarci, un pò un gioco di parole ma per capire il significato della cosa. Tutti noi siamo sempre capaci di abituarci a qualcosa, qualche situazione, che sia momentaneo o meno abbiamo tutti questa innata capacità che può rivelarsi terribile quando inibisce lo stimolo al cambiamento ma che si rende utilissima quando le situazioni diventano complicate e riusciamo ad abituarci all’affrontarle.

Ogni sera prima di chiudere gli occhi io e Filippo ripassiamo l’itinerario del giorno seguente (forse più Filippo) cercando di calcolare ogni piccolo particolare calcolabile, varie ed eventuali. Pensiamo al cibo (questo più io) e ci procuriamo tutti i tipi di spuntino, frutta o quant’altro che potrebbero diventare fondamentali durante la tappa.

Di solito prepariamo il cous cous, la sera prima, con verdure rigorosamente sbucciate, tonno e fagioli e poi frutta e barrette di cereali.

Ogni mattina dobbiamo chiudere le borse, riassettare le bici, procurarci dell’acqua calda per fare il nescafè in polvere, FONDAMENTALE, dopo tutto ciò possiamo partire.

Ogni giorno gli stessi movimenti, gli stessi processi che all’inizio ci pesano e ci sembrano macchinosi ma che dopo qualche giorno diventano la nostra quotidianità, così come quella che abbiamo a casa di alzarsi, accendere la stufa, la macchinetta per il caffè..etc etc..lo stesso.

Detto questo, poi, la parte divertente arriva con le varie problematiche date dai diversi luoghi. La sera prima di lasciare Machuca ed il malefico Don Pedro, per esempio, il problema è stato procurarsi acqua potabile. Problema non da poco. Sapevamo che per km e km non avremmo trovato niente se non paesaggi sconfinati e probabilmente qualche Vigogna, quello che si vede in foto, con il collo lungo ed il muso da cammello.

Abbiamo dovuto ricorrere allo iodio.

L’unica alternativa era quella di prendere acqua del rubinetto e far agire lo iodio qualche ora per disinfettarla prima di berla.

Appena fuori dalla stanza di Machuca abbiamo spinto le biciclette su una pettata di circa 1km con pendenza del 15% per poi restare su in quota.

Abbiamo passato un Canyon, la strada saliva tra le sponde rocciose ed un piccolo rigagnolo d’acqua rendeva il fondo verde e rigoglioso. Abbiamo avvistato Vigogne che si abbeveravano e colonie di Viscacha che saltellavano impazziti al nostro passaggio arrampicandosi sulle rocce alla velocità della luce. Il Viscacha è un animale buffo, una via di mezzo tra una lepre, un ratto e un coniglietto soffice, con due orecchie corte e dritte che sembrano immobili durante i loro movimenti, sì lo definirei buffo. Una specie di cincillà delle Ande.

Abbiamo avvistato fenicotteri, le anatre dal becco blu, e la Tagua Gigante, una specie di grosso papero tutto nero che emette un suono forte e deciso per richiamare i suoi simili.

Insomma, la nostra tappa è stata lunga ma piena di panorami differenti, uno più affascinante dell’altro.

Siamo arrivati a quota 4.500 metri con molta fatica, dal caldo siamo passati al freddo ma sopratutto i nostri battiti sono saltati alle stelle.

Per i tre giorni in cui siamo rimasti in quota avevamo la sensazione di non riuscire a far niente, il minimo movimento ci dava il fiatone, la testa pesante, spesso dolorante, insonnia e debolezza, insomma, un pochino di mal di montagna non potevamo farcelo mancare, fortunatamente lo abbiamo sofferto in maniera molto lieve. Ci siamo resi conto che a riposo il nostro battito era quasi il doppio, io avevo 100 battiti al minuto invece dei normali 60 e Filippo 85 invece dei normali 48,insomma anche il semplice alzare una forchetta aumentava il nostro battito, immaginate pedalare!

Pedalavamo e pedalavamo ma ogni poco dovevamo fermarci e recuperare.

Il vento ha iniziato ad essere ghiaccio e dalla temperatura mite siamo passati all’improvviso al freddo puro, ci siamo messi pantaloni lunghi, giacca a vento, giacca da pioggia e paraorecchie per affrontare la “discesa” che prima o poi sarebbe dovuta arrivare.

Uso il condizionale perchè Sì, è arrivata, lunga almeno 30 km ma…il vento si è alzato ed il buon vecchio Eolo ha deciso che la avremmo dovuta comunque pedalare tutta. Così è stato. 30 km di discesa pedalando contro vento.

Chiaramente la soddisfazione all’arrivo a San Francisco de Chiu Chiu è stata enorme.

Forti dolori alle gambe e alle braccia per tutte le volte in cui abbiamo dovuto spingere le biciclette a piedi ma l’arrivo è stato proprio come in un’oasi nel deserto, bellissima.

Abbiamo trovato un Ostello molto carino e dopo Don Pedro “il terribile” finalmente una signora amichevole: Eliana.

Una signora piacevole, con la voglia di chiaccherare e raccontare, sorridente, disponibile e premurosa. Ci siamo fatti coccolare. Ci siamo ripresi dalla tappa, abbiamo fatto il bucato e siamo partiti la mattina dopo con molta calma per affrontare una tappa con pochi km ma in salita. Siamo partiti alle 13 ed arrivati alle 17 in un posto che sembra irreale, quasi inesistente sulla mappa ed invece…una figata (passatemi il termine).

Si tratta di una vecchia stazione del treno che va in Bolivia, in disuso, dove una famiglia che vive li da generazioni sta tentando di ricostruire un “pueblito”.

Attualmente si tratta di un agglomerato di baracche. Sono poche le case in mattoni.

Appena avvicinati veniamo accolti da due cani grossi quanto le biciclette, abbiamo cercato di capire se ci fosse qualcuno, sembrava tutto deserto fino a quando abbiamo sentito delle voci. Un vecchio signore con cappello e camicia a quadri stava sistemando un cancello ed il figlio lo aiutava.

È incredibile come in posti in cui sembra non esserci nessuno, d’un tratto, cominciano ad apparire persone che c’erano sicuramente anche prima ma non so perché non si vedevano.

Insomma, per farla breve, abbiamo scoperto che il figlio del signore con cappello affitta camere ai lavoratori di varie società e gli organizza addirittura i pasti con una cucina fornitissima gestita da due signore.

Taaaac taaaaaac taaaaac

In mancanza di camere libere ci ha permesso di stare con i nostri sacchi a pelo nella entrata del ristorante, che sarebbe una veranda chiusa, praticamente semi-esterna ma con mini bagno e poi ci ha invitato a cenare con i lavoratori.

Detto fatto, abbiamo montato i nostri sacchi a pelo e cenato con dei simpaticissimi cileni, caffe caldo istantaneo per dormire meglio e luce mantenuta da un generatore mal funzionante. Tutto perfetto insomma! 😊

Siamo stati svegliati dal romantico rumore del treno, che passava giusto a pochi metri da noi, dopo una notte finalmente dormita in pieno, al caldo dei sacchi a pelo, nel silenzio più totale di un posto sperduto nel deserto.

La tappa dopo…anzi..l’obiettivo del giorno dopo: Ollague.

Obiettivo che con il senno di poi vi dico…non siamo riusciti a raggiungere.

Ma l’esperienza con gli operai ed il sacco a pelo sono stati divertenti. Molto divertenti.

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