4ª tappa: Calama – San Pedro de Atacama 100km

Mai visto niente del genere.

Mai affrontato tante salite neanche sommando tutte le salite fatte a giro nel Chianti e su per la Consuma.

100 km di deserto con vento prima contrario e poi trasversale, mai alle spalle. Mai di aiuto.

Salita del 2% costante per i primi 60km per poi aumentare con due o tre passi veri e propri con pendenza del 10%.

Direte voi: non vi lamenterete mica?

Affatto. Ma condividiamo la fatica estrema per la conquista dell’Oasi, se no che gusto c’è.

Non può essere tutto facile, l’avventura è questa.

L’ignoto. Chi si aspettava una situazione così?

Il mio cartografo personale, Filippo, aveva calcolato bene tutto. Ma anche una volta capita la situazione, l’alternativa era inesistente.

Ma prendiamola con spirito, siamo sinceri, il nostro più grande nemico non era il caldo né la salita ma: il sellino!

Quel maledetto infame duro assaettato irrispettoso e massacrante sellino grigiastro che sembra tanto perfetto visto così, nell’insieme, ma non aiuta affatto.

L’ho odiato, lo abbiamo odiato e dopo 30km stavo per gettare la spugna..poi..l’illuminazione. I cuscini da campeggio.

La svolta.

Abbiamo legato i cuscini al sellino e con questa soluzione siamo riusciti ad andare avanti. Il “prep” si spreca in queste tappe.

Credetemi senza i cuscini non ce l’avremmo fatta.

Altra soluzione importantissima per la nostra resistenza l’avvistamento ogni tanto di qualche tabernacolo.

Qui investono di più nei tabernacoli lungo la strada nel deserto che nelle proprie abitazioni, a volte abbiamo trovato l’auto del defunto posizionata su piedistallo con il tabernacolo accanto, con annessa foto e sedie da cinema per il momento preghiera.

Beh, non ci siamo dedicati alla preghiera ma qualche ringraziamento ai vari tabernacoli per l’ombra offerta c’ è scappato.

In 100 km abbiamo trovato ombra 2volte, un tabernacolo ed un cartello.

La strada è stata infinita ma fin dal 70esimo chilometo abbiamo capito che ci avrebbe reso la fatica con paesaggi unici.

Le rocce hanno iniziato a cambiare colore, sono spuntati raramente dei cespugli semisecchi con dei fiori porpora che apparivano tipo macchie in qua e là.

Ma il momento catartico è stato l’avvistamento di lui, il Lama.

Avevo staccato Filippo, cioè lui aveva staccato me,mi ero fermata con una delle tante scuse che a volte uso per fermarmi senza sentirmi troppo schiappa, così mentre mi davo la crema in viso (forse per la quarta volta, come scusa era anche poco credibile) mi sono voltata e a pochi metri così, dal nulla, è apparso un Lama. Lì, così, col suo muso simpatico e fiero. Ci ho scambiato due chiacchere, ormai dopo aver parlato con il deserto parlo con chiunque, sono ripartita e dopo una salita durissima Ne abbiamo trovati 4.

Filippo ha voluto provare a toccarli, li voleva accarezzare e li chiamava a se come fossero cani..non ha funzionato e con grossa delusione siamo ripartiti.

Non so se sia stato peggio il mio parlarci o il suo tentativo di accarezzarli.

Ma riproveremo.

Salita e salita…discesa e discesa.

25 km di discesa, mezz’ora di discesa con uno degli spettacoli più impressionanti mai visto.

Come faccio a descriverlo bene.

Allora, prima deserto, rocce grigiastre e monti all’orizzonte, pendenza lieve ma costante e massacrante.

Poi una salita improvvisa, sulla costa di una montagna, la strada squarcia le rocce che ci sovrastano con colori che danno al rosso.

Si apre una vallata e dalle cunette leggermente verdi, nel silenzio piu totale, ecco spuntare le testine di un gruppo di lama. All’orizzonte una distesa verdognola di cespugli e rocce, siamo a quota 3.300, su un altopiano.

Continuiamo a salire poi una discesa..lunga..non troppo scoscesa, una cunetta e…buuum!! Si apre un mondo.

Un mondo pazzesco fatto di deserto con un lato del tutto rosso con tratti che richiamano Marte, una pianura deserica e poi il bianco del deserto del sale.

Una strada, un rettilineo che taglia la pianura e che sale su un’altra collina rocciosa.

Una discesa di 30 minuti con la sensazione di essere in un’altro pianeta.

Poi via sull’altra collina e una volta arrivati incima…buuuum!!

Un altro paesaggio, questa volta con del verde, un vulcano sullo sfondo (la sua vetta sono circa 6.000m) rocce cangianti, sabbia, dune, di nuovo rocce e poi lei! San Pedro di Atacama.

Una macchia verde in mezzo a tutti questi colori, una luce viva e nitida una temperatura perfetta. Così dopo 12 ore estenuanti di bicicletta con circa 15 soste, un cuscino sul sellino, dolori ovunque, mani rattrappite nel tenere il manubrio in 30 minuti di discesa,facce rosse e respiro affannato abbiamo trattenuto il fiato e ci siamo presi la rivincita a quella che è stata la fatica forse più grande provata durante le nostre tante pedalate.

Ed è così che ci riposeremo per due giorni, con questa sensazione di appagamento in un’oasi naturale che senza dubbio, non scorderemo mai.

Claudia e Filippo

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